Le mura pisane circondano la città in corrispondenza del Centro Storico e, per un perimetro calcolabile a circa 1600 metri, ne assecondano l’andatura irregolare traendo il massimo vantaggio dal dislivello nella complementare struttura del castello Salvaterra. Nonostante i successivi ampliamenti dello sviluppo urbano ne abbiano inglobato parecchi tratti all’interno di abitazioni private, le parti visitabili mantengono la caratteristica massicità delle fortificazioni militari medioevali: una serie di facciate cieche realizzate in pietrame misto disposto in corsie orizzontali per creare una disomogeneità che garantiva grande resistenza agli attacchi. Intervallate da 23 torri, si potevano superare solo attraverso le quattro porte: Porta Maestra o San Sebastiano, situata frontalmente alla strada per Castel di Castro (Cagliari); Porta Castello in corrispondenza della chiesa di Santa Maria di Valverde; Porta Sant’Antonio o Fontana verso la strada per Flumini Maggiore e Porta di Monte o Barlao Nuova sulla strada per Gonnesa. La merlatura non omogenea è dovuta a risarcimenti successivi: in alcune parti i merli seguono la tipica andatura squadrata guelfa mentre in altri si è ricostruita la “coda di rondine” ghibellina. Al di là delle mura erano custoditi quattro quartieri: Castello (fra il colle Salvaterra e Porta), Fontana (intorno alla Porta S. Antonio), Santa Chiara (in prossimità dell’attuale Cattedrale) e di Mezzo (forse Sa Costera).

Storia

Urbs ipsa moenia sunt, le mura sono la città stessa dichiarava Isidoro di Siviglia ma le origini di Villa di Chiesa sono ancora misteriose. Sappiamo solo che Ugolino della Gheradesca conte di Donoratico quando, in seguito alla spartizione del Giudicato di Cagliari (1258), nel 1288 divenne signore del Sigerro o Cixerri diede avvio all’urbanizzazione della zona in vista dello sfruttamento delle miniere d’argento. Probabilmente esistevano alcuni borghi nati intorno a edifici di culto come quello nella zona dell’attuale Santuario della Madonna delle Grazie ed altri poi rimasti esterni alla cerchia muraria: San Salvatore, Sant’Antonio abate e San Guantino in Salvaterra. Bisogna che trascorrano circa 35 anni dalla morte di Ugolino, quando Villa di Chiesa è ormai un libero comune affiliato direttamente alla Repubblica di Pisa, per avere una descrizione dettagliata della città e delle sue fortificazioni. È il 1308 e la Corona di Aragona sta studiando una strategia per rendere concreto il Regno di Sardegna e Corsica del quale era stata infeudata da Papa Bonifacio VIII come buona uscita dalla Guerra della Vespro. Nel dispaccio le spie riferiscono al re Giacomo II che il nucleo abitato era racchiuso da una cerchia di alte mura merlate, intervallate da 20 torri a formare una pianta poligonale. Di fronte alla cortina di mura si trovava una palizzata di legno, con funzione di difesa, rafforzata da un fossato pieno d’acqua che serviva a tenere lontane truppe e macchine da guerra. Strutture in legno removibili consentivano il massimo utilizzo delle feritoie ai dardi degli abilissimi balestrieri.
Come eventuale contromossa la Repubblica di Pisa aveva intenzione di disfare il Castello di San Guantino in Salvaterra, abbattere mura e torri, distruggere l’antemurale ligneo e riempire i fossati di terra. L’invasione aragonese viene concretizzata nel 1324. Dopo un assedio di oltre sette mesi cui partecipò direttamente lo stesso Infante Alfonso, accampato nella zona di Valverde, la città patteggiò una resa per fame. Col nome di nome catalanizzato Iglesias, divenne il primo baluardo dell’ormai concretizzato Regno di Sardegna e Corsica dal quale, per annessioni successive, nel 1861 si costituì il Regno d’Italia da cui derivò l’attuale Repubblica Italiana nel 1946.
La Corona di Aragona volle dare immediatamente la propria impronta alle mura e al castello: Iglesias divenne una delle sette città regie del Regno e fra i privilegi vi era quello della manutenzione delle mura a carico dell’amministrazione centrale, nel una costante richiesta dei rappresentanti della città in parlamento.
Particolarmente drammatico il 1623, in cui furono finanziati interventi straordinari in seguito al crollo causato dai nubifragi di un drammatico inverno. Maestro Scano dovette risistemare 200 canne da parete. Il problema dell’abbondanza di acqua si fa sentire anche vicino alla Porta Sant’Antonio: probabilmente il terrapieno limitrofo strabordava. Per controllare la pressione contro costruzione si pensa di affidare la terra circostante al sergente maggiore Gavino Tola. Il diritto reale concesso è l’enfiteusi: poteva godere dei frutti della terra per almeno vent’anni dietro l’obbligo di sorvegliare la pericolosissima umidità sulle mura.
Un secolo dopo sotto Casa Savoia il decadimento procede tanto che le riparazioni non bastano e si passa all’abbatimento: si inizia con la pericolante Porta Maestra chiamata ora San Sebastiano dalla chiesa sorta in prossimità. Nel corso dell’Ottocento l’opera dei pisani deve fare i conti con una nuova espansione urbana dovuta alla ripresa dell’industria mineraria: nel 1833 si abbatte Porta Monte Barlao detta Nuova perché doveva essere già stata rifatta più volte nel corso dei secoli, dal 1860 si eliminano i tratti intorno alla Porta Sant’Antonio per aprire il varco di Via Nuova (Corso Matteotti) e permettere l’accesso alla Strada Reale (Via Garibaldi), nel 1874 si apre un varco in via Pisani per un rapido accesso al Mercato civico. Ultima modifica nel 1928 in cui si costruì la salita di Via Crispi.
Vigila l’ispettore circondariale Ignazio San Filippo cui si deve un acceso interesse per la difesa di questo bene culturale dall’abbattimento selvaggio. Innumerevoli i provvedimenti di tutela richiesti alla Soprintendenza cui denuncia la preoccupante situazione edifici privati, come ad esempio nell’attuale via Roma, hanno assorbito abbondanti parti di mura, il tratto nord richiede urgenti restauri e l’area davanti al Chiostro San Francesco è al centro di una disputa per la costruzione delle Scuole Elementari Maschili.

Curiosità

Affidabili, incorruttibili, scandivano le ore del giorno e della notte: questi sono i guardiani delle porte, fra le prime figure professionali di cui si preoccupa l’infante Alfonso dopo aver riconfermato il Breve in città. Avere delle porte è sicuramente una rendita perché per attraversale è necessario pagare un dazio. Nel 1327 scelse fra gli altri Pietro Garçia per di Porta Sant’Antonio, Bernardo Parilliada a Porta Maestra e Giacomo Costa a Porta Nuova. Immancabilmente due per porta, le sentinelle dovevano rispettare un lungo iter burocratico prima di ricevere le agognate cinque lire al mese. Il cerimoniale partiva dal Consiglio Comunale che individuava un acomandatori de la llista les guardies ordinaries, responsabile di raccogliere i fondi per i salari delle guardie (648 lire solo per il 1657); reperita la somma veniva affidata al tesoriere il quale, dopo una verifica presso il sergente maggiore dell’effettivo prestato servizio, elargiva la paga del soldato. Aprire e tancar porte non doveva occupare neanche troppo tempo: il lavoro doveva essere un part time a turnazioni e lasciare spazio ad una seconda attività; alcune guardie erano contemporaneamente i tamburini e i mazzieri della città. Così non stupisce che sia un calzolaio ad occuparsi della vigilanza; nel 1655 il Battista Bosana viene scelto per essere il coordinatore della guardiania straordinaria che comprendeva anche gli ingressi non strettamente connessi con le mura: la zona della chiesa di San Salvatore e quella di Valverde, la chiesa dei cappuccini. Infatti il secolo non portò la peste solo a Renzo e Lucia in quel Como ma epidemie scoppiarono in tutto il regno: sorvegliare le porte significa controllare il dilagare delle epidemie, segnare la differenza fra la vita e la morte. Un’occasione d’oro per le guardie: il compenso era triplicato a 15 lire al mese.
In quest’ottica strettamente connessa alla sorveglianza diventava l’igiene pubblica: nei registri i notai segnano kilometri di lagnanze per lo stato in cui si erano vessavano le mura poco dopo aver superato lo spauracchio delle malattie. Sotto le nuove insegne di casa Savoia, cui il Regno di Sardegna passò nel 1718 con il trattato di Londra, la cinta muraria protegge soprattutto dalla malavita, ecco che l’antico palazzo dei Donoratico cambia nuovamente abitanti: nel 1774, all’i ndomani della soppressione dell’Ordine, i Dragoni prendono possesso del collegio della Compagnia di Gesù. Si occuperanno dei forzati condannati a lavorare nelle rinascenti miniere fino ad allora un po’ demodè: l’economia era diventata prevalentemente agricola. A differenza della Corona di Aragona, che poteva contare sulle riserve di oro provenienti dalle Indie, con i principi di Piemonte si riaccese l’interesse per l’argento iglesiente. I forzati però producevano parecchi rifiuti: tanti da creare due problematici buchi nelle mura in prossimità di porta Nuova dove probabilmente stanziava il cumulo di immondizia. I Dragoni, inoltre, non erano tanto graditi perché avevano spazzolato ogni provvista di pesce e di carne della città

Come arrivare

I tratti più panoramici si trovano in:

Via Eleonora: nella grande scalinata visibile a sinistra di piazza Sella.

Via Roma: da piazza Sella si attraversa in direzione del Corso Matteotti (Via Nuova) e si svolta a sinistra, procedendo dritti per via Gramsci. Si prosegue fino a terminare nell’incrocio del Mercato Civico (alla sinistra nel marciapiede di fronte) che immette in via Roma, da cui si proseguirà sempre dritti fino ad incontrare a destra le Scuole Elementari Femminili, di fronte all’I stituto Minerario. All’angolo la salita di Via Crispi dove è osservabile una torre. Altri tratti di mura si trovano a pochi passi nel Chiostro San Francesco, di fronte alla Palazzina dell’A ssociazione Mineraria Sarda.

Via Campidano: Si percorre completamente via Roma fino all’incrocio (Porta Nuova) con via Cattaneo (a sinistra) e via Baudi di Vesme (a destra) da cui si prosegue per la salita di viale Buon Cammino dove in piazza Conte Ugolino (a destra) si possono già osservare alcuni tratti. Al bivio girare a destra e proseguire sempre dritti costeggiando la panoramica di via Campidano.